associazione italiana fabricanti macchine, prodotti e attrezzi per la pulizia professionale e l'igiene ambientale

associazione italiana fabricanti macchine, prodotti e attrezzi per la pulizia professionale e l'igiene ambientale

Le Aspettative delle Aziende del Cleaning dopo la conferenza di Copenhagen


AfidampFAB ha effettuato un sondaggio presso i suoi associati da cui risulta che la maggioranza ritiene indispensabile insistere su politiche ecosostenibili, mettendo in atto azioni virtuose sul piano ambientale e investendo in processi e tecnologie verdi.

Sono passati 12 anni da quando fu concluso, da 184 paesi, il protocollo di Kyoto, che prevedeva l'obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti nel periodo 2008-2012, per evitare l’aumento di 2°C della temperatura globale del pianeta, che produrrebbe cambiamenti climatici pericolosi.

Tuttavia le emissioni mondiali continuano ad aumentare costantemente, mentre, per rimanere entro questa soglia, i Paesi industrializzati dovranno ridurre le proprie emissioni di gas serra del 25-40% entro il 2020, e i Paesi in via di sviluppo saranno costretti a limitare la rapida crescita delle proprie emissioni a circa il 15-30% rispetto alla situazione attuale.

Alla luce di questo quadro, la conferenza di Copenaghen dello scorso dicembre ha rappresentato l’ultima occasione per ridurre progressivamente le emissioni di carbonio in tutto il mondo così da evitare che l’aumento della temperatura raggiunga i fatidici 2°C.

Nonostante le attese fossero alte e nonostante la presenza di delegati di ben 200 paesi, la conclusione della Conferenza non è stata cosi felice come ci si poteva aspettare. Un accordo c’è stato, ma un accordo fragile, molto generico che non varrà nulla senza l’intervento delle varie autorità nazionali.

Il testo contiene una promessa di contenimento dell’aumento delle temperature medie entro i 2 gradi centigradi e ribadisce che  l’obiettivo è ancora quello di raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni.

Ma non è stato firmato un documento finale vincolante legalmente. Tra gli impegni concordati, quello che da gennaio ciascuno stato renda pubblico il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2020, mentre sul lungo periodo gli Stati industrializzati si sono impegnati a una riduzione dell’80% delle emissioni. Tocca ora alle singole nazioni, ma ogni obiettivo sarebbe difficile da perseguire se non fosse condiviso da tutti i soggetti interessati, in primo luogo dal mondo della produzione industriale.

AfidampFAB, al proposito, ha svolto, in collaborazione con Kyoto Club, un sondaggio presso i propri associati, per capire quanto sia sentito, a livello di responsabilità aziendale, il tema nel suo complesso e per verificare la disponibilità ad attuare politiche di eco sostenibilità.

Su circa 150 aziende, ha risposto un campione rappresentativo di tutti i comparti produttivi, ma numericamente tale da avvalorare le iniziative varate da AfidampFAB (vedi Clean Green Afidampa Award, EPD) per spronare e supportare le aziende di questa filiera nel cammino verso un operare sostenibile.

Il 29,4% del campione ritiene che l’Accordo di Copenhagen rappresenti una battuta d’arresto sulla strada degli accordi per la lotta ai cambiamenti climatici, mentre il 58,8% pensa che in ogni caso sia stato compiuto un passo nella direzione giusta che, seppure lentamente, potrà portare ad assumere responsabilità condivise. Non si è pronunciato l’11,8%, a conferma di un disorientamento che nasce dalle contraddittorie prese di posizione dei governi.

L’esito della Conferenza, con l’assenza di indirizzi chiari e di una strategia globale e condivisa, secondo l’11,8% del campione avrà conseguenze negative sui programmi di investimento delle imprese o, quantomeno, indurrà una pausa di riflessione, in attesa che un accordo definitivo fissi la direzione di marcia. Per la maggioranza, però, (76,4%), l’esito, per quanto deludente, non avrà, nella realtà, conseguenze apprezzabili, perché i programmi e le strategie delle imprese dipendono innanzitutto dall’andamento dei mercati, che risulta sostanzialmente indipendente, e dall’evoluzione della crisi economica in atto. Coerentemente con la risposta al primo quesito, l’11,8% del campione non si esprime su questo punto.

Che il mercato nel suo complesso sia orientato a mettere in atto azioni virtuose sul piano ambientale e che le aziende abbiano innalzato il livello di attenzione all’ambiente è confermato dal fatto che l’88,2% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di avere in corso o in previsioni progetti di investimento o nell’efficienza e nel risparmio energetico (35,3%), o nelle energie rinnovabili (11,8%), o nella ricerca e innovazione relativamente ad ambedue i settori (50%).

Emerge la sfiducia nelle istituzioni, in quanto il 53% del campione afferma di non avere mai creduto che dalla Conferenza di Copenhagen sarebbero venute, nelle forme consentite da un accordo internazionale, indicazioni utili per sviluppare strategie aziendali, ritenendo che risultati concreti possano essere conseguiti, attualmente, da azioni individuali.

Infatti, l’82,4% delle aziende non pensa di rivedere i propri programmi di investimento nella green economy, anche se solo l’11,8% è intenzionata a intensificarli, mentre la maggioranza (82,4%) non si pronuncia, ritenendo probabilmente sufficienti i passi già intrapresi.

Tutti gli intervistati hanno convenuto che il mondo produttivo non può essere lasciato solo in questa nuova frontiera e ritengono che, in attesa di un nuovo accordo internazionale, tocchi ai singoli governi adottare misure e politiche per conseguire coerenti obiettivi nazionali.

Sostegno alla ricerca, incentivi economici e fiscali, semplificazioni amministrative e autorizzative (soprattutto normative chiare), sono le azioni più urgenti che il Governo dovrebbe attuare per sostenere la green economy.

Le aziende più impegnate e attente ritengono che l’esempio debba venire dalle Pubbliche Amministrazioni, che dovrebbero privilegiare acquisti verdi, a partire dall’adozione di auto elettriche. Occorrerebbero poi incentivi seri per l’adozione, da parte delle imprese, di energia alternativa e sarebbe opportuno che venisse varata una politica di controllo, almeno per fare rispettare da subito le norme cogenti in materia ambientale, per non penalizzare chi vi si attiene, sostenendo costi non indifferenti. In quest’ottica andrebbe combattuto il greewashing, che rischia di banalizzare, turbando il mercato, gli sforzi economici di chi opera in modo responsabile.

Ma per rendere efficace qualsiasi iniziativa, occorre in primo luogo creare la cultura del rispetto ambientale, a partire dalla scuola, per educare le nuove generazioni alla creazione di un mondo sostenibile.

 
 
Joomla 1.5 Templates by Joomlashack